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“Posso raccogliere qualcuno di questi fiori? Vorrei portarli alla mia mamma.”
Eleuterio ha 71 anni e da dieci convive con un Alzheimer che si è fatto via via più feroce. E’ sempre di fretta, perché l’unica memoria che gli rimane è quella delle sue riunioni di lavoro da dirigente della Sip.
C’è sempre una riunione a cui deve assolutamente partecipare, ed è in ritardo! Ora è caduto un fulmine su un traliccio! Ora c’è un guasto alla Centrale!
Ma adesso Eleuterio è immerso nella pace di un bosco, tra uccellini che cantano e una brezza leggera che spettina gli alberi. Lì vicino, un cervo, un cerbiatto, qualche lepre e una volpe.
La sua ansia è sparita. Per la prima volta da tanto tempo fa la pace con la sua memoria.
Il personale medico è esterrefatto. La rimozione dell’ossessione libera la conversazione!
Racconta di sé bambino e ricorda un tempo felice. La distanza tra questo e ciò che sta scritto nei referti medici (e nel comportamento abituale) è siderale.
Quando ho pensato di utilizzare la realtà virtuale per la stimolazione di persone affette da disturbi cognitivi, temevo che il mezzo tecnologico potesse rappresentare una barriera.
Il visore ti avvolge il volto.
La visione è molto forte e pensavo potesse disturbare.
Invece mi ha colpito la naturalezza con cui i vari indossatori hanno indossato la ‘maschera’.
Ognuno immediatamente precipitato nel qui e ora virtuale, con un disorientamento addirittura minore rispetto a quello delle persone sane.
Meno stupiti, più immersi.
Dopo una vita passata a cercare di rispondere ai desiderata delle marche, passo un giorno con queste persone e mi resetto pure io.